Il ritmo del conflitto: tempo del giudice e tempo del mediatore

Καιρóς e Χρονóς e la performanza greimasiana tra processo e mediazione

Ogni avvocato conosce la scena: fascicolo maturo, udienza fissata, giudice trasferito. Il sostituto non ha letto gli atti, il rinvio è di sei mesi, e il conflitto rimane cristallizzato mentre le parti invecchiano con la causa. Esiste una scena speculare, meno frequente ma altrettanto reale. Al tavolo della mediazione qualcosa si muove, le posizioni cedono ma la finestra si chiude. È evidente che i tempi della procedura non coincidono con i tempi delle persone coinvolte.

In entrambi i casi si tratta di una crisi che non sposta valore negoziale ma è solo temporale: il conflitto ha un ritmo proprio, e l’istituzione chiamata a gestirlo ne ha un altro che raramente gli si adatta.

Nel post precedente abbiamo visto come la manipolazione — in senso semiotico — operi sulle modalità dei soggetti: voler-fare, dover-fare, saper-fare, poter-fare. Ma non avevamo indagato la questione relativa a quanto tempo richieda quella trasformazione. Modificare un voler-fare non è un atto istantaneo ma un processo che ha bisogno di durata e di ritmo — due risorse che il processo (contrapposto alla mediazione) quasi mai concede.

Nello schema narrativo di Greimas la fase centrale si chiama performanza: il momento in cui il soggetto, acquisita la competenza necessaria, trasforma lo stato delle cose. La parola è precisa perché non indica un evento puntuale ma un’azione che si compie nel tempo contro una resistenza e verso un esito che non è mai garantito. Anche quando sembra istantanea come l’atto di firmare un accordo o di pronunciare una sentenza, essa è il punto di arrivo di un processo, con una durata, una direzione di sviluppo ed in definitiva una storia.

Processo e mediazione condividono la stessa struttura di base ed entrambi mirano a trasformare uno stato conflittuale in uno stato risolto. Ma lo fanno in tempi radicalmente diversi. Una differenza che sicuramente appare prima di tutto organizzativa, ma che a ben vedere è soprattutto narrativa: cambia il tipo di storia che è possibile raccontare, e quindi il tipo di trasformazione che è possibile produrre. Per capire perché possiamo introdurre la distinzione tra καιρóς e χρονóς.

Καιρóς e Χρονóς

I Greci avevano due parole per il tempo, due concetti distinti e quasi opposti. Χρονóς (kronos) è la sequenza misurabile e lineare, un secondo dopo l’altro, ed indifferente a ciò che accade dentro di esso. Καιρóς (kairos) è l’istante in cui le condizioni sono giuste per agire, semplificando lo si potrebbe definire il momento opportuno: se lo cogli si trasforma in azione ma se lo lasci passare scompare. Il καιρóς si riconosce, e la sua natura è l’essere di fatto irripetibile.

Questa distinzione non è solo una interessante curiosità filologica. Luciana Breggia, coordinatrice nazionale degli Osservatori sulla giustizia civile, l’ha usata come chiave di lettura delle prassi processuali migliori. Nel suo intervento al Tribunale di Firenze descrive il καιρóς come “l’azione compiuta nel momento giusto”. Lo propone come antidoto a un processo che rischia di diventare “meccanico, burocraticamente sequenziario”1. È una diagnosi che vale la pena sviluppare perchè le due categorie greche illuminano con precisione la differenza strutturale tra processo e mediazione per quanto riguarda la percezione del tempo.

Il processo civile è costruito sul χρονóς, perché ogni atto ha il suo tempo, ogni termine è calcolato, perentorio ed in genere irreversibile se mancato. L’art. 155 c.p.c. disciplina il metodo per misurare il tempo del processo con precisione indicando come vanno scanditi i termini. Una logica unica che governa anche i termini di ogni atto prodotto all’interno del processo. Una rigidità manifesta ma che ha uno scopo essenziale, che è quello di garantire il contraddittorio e la parità tra le parti, in certa misura anche la certezza del diritto.

Ma il suo costo è altrettanto preciso: il χρονóς processuale avanza indifferente al ritmo delle parti e non rallenta quando una situazione si sta sbloccando, non può aspettare che una parte sia pronta a cambiare la propria posizione ed a riconoscere il diritto vantato dall’avversario. Il conflitto ha un tempo interno fatto di accelerazioni e stasi e di momenti in cui tutto sembra fermo e momenti in cui una singola frase cambia tutto. Quando questi due ritmi divergono la procedura prosegue mentre la possibilità di trasformazione reale si perde irrimediabilmente.

La mediazione ha anch’essa dei termini. Il D.lgs. 28/2010 come modificato dal D.lgs. 216/2024 fissa una durata ordinaria di sei mesi, prorogabile per periodi di tre mesi su accordo scritto delle parti, secondo le modalità previste dall’art. 6.2 Il primo incontro è fissato tra venti e quaranta giorni dal deposito della domanda (art. 8 D.lgs. 28/2010).

Il tempo interno della procedura è però strutturalmente diverso da quello del processo. Una sessione può durare venti minuti o tre ore. Il mediatore può sospendere, rinviare, riaprire senza che esista un ordine obbligato oppure una scadenza che scatta mentre le parti stanno ancora parlando. Il mediatore esperto sa riconoscere il momento in cui una parte è pronta ad ascoltare una proposta che dieci minuti prima avrebbe rifiutato. Sa quando fare silenzio. Sa quando riformulare e quando lasciare che le parole dette restino nell’aria senza commento. Sa che forzare fuori tempo — anche con una proposta ragionevole — può chiudere una porta che stava per aprirsi. La capacità di leggere il ritmo del conflitto e di agire nel momento in cui quell’azione può attecchire, sono competenze che il mediatore acquisisce con la pratica e formano uno strumento essenziale nella prassi quotidiana della mediazione. Nel processo il tempo appartiene all’istituzione; nella mediazione rimane una risorsa che le parti — e il mediatore — possono ancora gestire. Ed è proprio questa disponibilità del tempo a rendere possibile qualcosa che il processo strutturalmente esclude: la riscrittura del racconto del conflitto.

Il tempo raccontato

C’è una tesi che Paul Ricoeur sviluppa in Tempo e racconto e che, una volta letta, è difficile dimenticare: “il tempo diviene tempo umano nella misura in cui è articolato in modo narrativo; e in cambio il racconto è significativo nella misura in cui traccia i caratteri dell’esperienza temporale.”3

È una tesi doppia e simmetrica. Il χρονóς puro scorre indifferente all’esperienza e diventa nostro solo quando lo trasformiamo in narrazione. Al tempo stesso, un racconto è significativo solo se restituisce la percezione e l’intreccio del tempo vissuto con la sua durata ed il suo peso. I due termini si implicano a vicenda, ciascuno è condizione dell’altro.

Ricoeur lavora su storiografia e letteratura — Agostino, Aristotele, Proust. Non affronta mai il conflitto giuridico. La struttura della sua tesi si presta però a una lettura applicata. È limitante definire ed immaginare un conflitto solo come una sequenza di fatti. Più fruttuoso è immaginarlo come una storia con un tempo interno fatto di velocità, ritmo, tensione e stasi. Una storia che le parti raccontano a sè stesse, al giudice, al mediatore. Modificare il racconto di questo conflitto significa modificarne il tempo vissuto e cambiarne il peso soggettivo, il senso che le parti attribuiscono a quello che è successo.

Il processo prende la storia delle parti e la riscrive secondo il χρονóς istituzionale: la sentenza scrive il finale e la consegna un finale che le alle parti. Laddove la mediazione prova a fare qualcosa di diverso (non sempre riuscendoci). Il mediatore cerca di lavorare dentro il tempo del conflitto così come è percepito dalle persone sedute al tavolo con lui e prova con loro a costruire una conclusione che non era prevista e che è sempre, per definizione, accolta da tutte le parti coinvolte.

Il caso delle infiltrazioni nel tempo

Proviamo a verificare questa struttura sul caso concreto che accompagna la serie e che abbiamo usato come simulacro di un conflitto.

Il danno da infiltrazione ha un suo tempo interno: si manifeste, si aggrava, richiede interventi urgenti. Le parti vivono questo tempo insieme ma da posizioni opposte. Chi subisce il danno lo sente crescere mentre chi è accusato di averlo cagionato sente crescere la pressione del relativo obbligo risarcitorio. Nel processo, questo tempo viene sostituito dal χρονóς istituzionale: al normale scorrere del tempo si sostituiscono i termini del processo. I termini per le memorie si susseguono. La CTU richiede mesi. I rinvii si accumulano. Il conflitto però nel frattempo continua ed i rapporti tra i confinanti non si sospendono. Il danno materiale può aggravarsi. Eppure il χρονóς scorre indifferente al tempo vissuto delle parti.

In mediazione il tempo si calibra diversamente, entro i margini fissati dalla norma, certo, ma con un’elasticità interna che il processo non conosce. Il momento in cui una proposta può attecchire coincide con quello in cui una parte ha smesso di difendere la propria versione e ha iniziato a chiedersi come uscirne. Un momento difficile da anticipare e che può arrivare dopo cinque minuti di sessione privata o dopo due ore di sessione congiunta. Può essere innescato da una domanda del mediatore o da un documento inaspettato, finanche da una pausa di silenzio. In effetti si può programmare solo entro limiti strettissimi. Piuttosto si deve riconoscere. Un mediatore esperto usa quel momento per suggerire la risoluzione del conflitto.

Le due procedure producono due storie diverse dello stesso conflitto. Nel processo la storia si chiude con una sentenza che attribuisce torto e ragione e le parti ne escono con un verdetto. Il rapporto di condominio rimane gravato dalla memoria di quella chiusura. In mediazione, quando funziona, le parti costruiscono insieme una narrazione che le include entrambe come soggetti attivi (che hanno saputo trovare il modo per riparare danno e conflitto). Processo e mediazione producono cioè due isotopie diverse dello stesso conflitto. Da una parte il processo costruisce l’isotopia del giudizio: torto, ragione, prova, sentenza. Dall’altra la mediazione cerca (e non sempre ci riesce) di costruire l’isotopia della trasformazione: problema, interesse, soluzione, accordo. Una distinzione che vale la pena approfondire proseguendo in questa serie di articoli.

La differenza ha conseguenze pratiche: un accordo costruito insieme è più facile da rispettare di una sentenza che una parte subisce, o almeno si può ipotizzare verrà rispettato senza necessità di una azione esecutiva. Evidentemente cambia anche il tempo futuro del rapporto tra i confinanti: legato ancora al conflitto in un caso e “raffreddato” da un accordo condiviso nell’altro.

Verso il prossimo post

In questo articolo siamo partiti dalla performanza greimasiana, cioè dall’azione che trasforma e che si compie nel tempo, e abbiamo provato a mostrare come processo e mediazione differiscano nel tipo di tempo in cui quella trasformazione diventa possibile. Il tempo del processo scorre lineare e garantista. Il tempo della mediazione assume piuttosto un aspetto plastico e legato all’occasione che si può manifestare al suo interno. Con Ricoeur abbiamo aggiunto un livello ulteriore scoprendo che modificare il racconto del conflitto significa modificare il tempo vissuto dalle parti di quel conflitto. Ma è necessario non dimenticare che il καιρóς non può arrivare da solo: perché una parte sia pronta a coglierlo, deve sapere cosa vuole davvero e poter valutare le alternative. In termini narrativi si può dire che deve aver acquisito una competenza.

Nel prossimo articolo proveremo ad osservare questa fase dello schema narrativo canonico e ad applicarlo alla mediazione: la competenza come acquisizione modale. Il saper-fare, il voler-fare, il dover-fare, il poter-fare come indicazioni per leggere gli stalli più frequenti al tavolo della mediazione. Ad esso le parti arrivano spesso senza le modalità necessarie per agire. La mediazione, quando funziona, le aiuta ad acquisirle. Le mediazioni si decidono quasi sempre nei minuti in cui una parte si trasforma e passa dal non-poter scegliere al poter-scegliere. L’accordo finale è il prodotto di questa trasformazione (ne è effetto e non causa).



  1. L. Breggia, «Cogliere il kàiros». L’Osservatorio sulla giustizia civile di Firenze vent’anni dopo, in Questione Giustizia, 10 maggio 2023. Testo dell’intervento introduttivo all’incontro del 31 marzo 2023, Tribunale di Firenze. Disponibile su: https://www.questionegiustizia.it/articolo/cogliere-il-kairos-l-osservatorio-sulla-giustizia-civile-di-firenze-vent-anni-dopo. Nel testo: «Semplificare il tempo processuale in nome delle esigenze di rapidità può in effetti essere pericoloso se diviene l’unico obiettivo; il tempo lineare è misurabile quantitativamente, è buono per le statistiche e i numeri (pur necessari ovviamente), ma può essere insignificante sotto il profilo della qualità, perché può dar vita a un processo meccanico, burocraticamente sequenziario e poco comprensibile.» ↩︎

  2. I riferimenti normativi citati sono verificati alla data di redazione. Per la disciplina della durata si veda l’art. 6 D.lgs. 28/2010 come modificato dal D.lgs. 216/2024, in vigore dal 25 gennaio 2025. ↩︎

  3. P. Ricoeur, Tempo e racconto, vol. I, Jaca Book, Milano, 1986, p. 17 (ed. orig.: Temps et récit, t. I, Seuil, Parigi, 1983). ↩︎