Capirsi senza intendersi
Le isotopie del conflitto al tavolo della mediazione
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Il problema che rimane
Nel post precedente la competenza modale emergeva come condizione necessaria ma non sufficiente: due parti che hanno acquisito le modalità per agire non sono ancora due parti che possono costruire un accordo. Le parole che le parti usano per descrivere il conflitto, i valori che attribuiscono agli stessi eventi, i criteri con cui leggono una proposta dell’altro possono divergere in modo così radicale da rendere impossibile qualsiasi confronto autentico — anche quando ciascuna sa cosa vuole, può agire e ha le informazioni per farlo.
Questo tipo di stallo è diverso da quelli che abbiamo mappato attraverso le modalità greimasiane, e resiste alle stesse tecniche. Il problema non è la mancanza di voler fare o di saper fare tecnico: è il modo in cui le informazioni disponibili vengono lette e gli stessi fatti organizzati in significato. Una parte che offre trentamila euro come liquidazione definitiva e una parte che percepisce quella cifra come un’offesa non stanno litigando sul numero: stanno usando la parola “risarcimento” come se significasse la stessa cosa, e non è così.
Il fraintendimento semantico è strutturalmente invisibile perché si nasconde sotto la comprensione grammaticale. Le parti si capiscono nel senso che ciascuna comprende le parole dell’altra; non si capiscono nel senso che le stesse parole attivano reti di significato diverse. Queste reti si sono formate prima del tavolo — nella storia del conflitto, nel tipo di relazione che le parti avevano prima che la lite cominciasse, o anche nel registro professionale con cui ciascuna è abituata a leggere i problemi — e sono già consolidate, già coerenti al loro interno, già impermeabili a quelle dell’altro.
La semiotica chiama queste configurazioni isotopie. Capire come nascono e come si scontrano permette al mediatore di lavorarci — con conseguenze operative precise: ci sono stalli che la competenza modale, da sola, lascia intatti.
L’isotopia: di cosa si tratta
Il concetto di isotopia entra nella semiotica con Greimas nel 1966, in Sémantique structurale, per descrivere un fenomeno preciso: la reiterazione di categorie semantiche che garantisce la coerenza interna di un discorso. Un testo è isotopico quando i suoi elementi si tengono su uno stesso piano di senso — quando le parole che lo compongono rimandano a una rete di significati coerente, tale da rendere il testo leggibile come un tutto. In un racconto poliziesco ogni elemento — il cadavere, l’alibi, il movente, il colpo di scena finale — si illumina rispetto agli altri perché appartiene alla stessa configurazione semantica: (quella dell’indagine).
L’isotopia è una direzione di lettura che organizza i significati disponibili e ne esclude altri. La stessa parola può appartenere a isotopie diverse a seconda della rete di significati che la circonda: “confine” in un testo di geografia rimanda a linee cartografiche e trattati; in un testo di psicologia rimanda a limiti personali e autonomia; in un testo giuridico rimanda a delimitazioni di competenza e sovranità. Non sono tre parole diverse: è la stessa parola che produce significati diversi perché inserita in configurazioni di senso diverse.
In mediazione, ciascuna delle parti porta con sé la propria isotopia del conflitto — la propria configurazione di senso attraverso cui legge tutti gli elementi della vertenza. Questa isotopia non è arbitraria: si è formata attraverso il consiglio dell’avvocato, le aspettative culturali sul funzionamento della giustizia, il tipo di relazione che le parti avevano prima che il conflitto cominciasse. È coerente al suo interno, il che la rende solida e impermeabile alle configurazioni dell’altro — e proprio per questo rappresenta un ostacolo alla costruzione dell’accordo.
Gli interessi si negoziano, ma le configurazioni di senso entro cui vengono letti e formulati condizionano la possibilità stessa di qualsiasi negoziazione — e su questo le tecniche negoziali tradizionali non hanno presa. Applicare il concetto di isotopia alla mediazione è, come nel caso delle modalità greimasiane, una trasposizione da un campo teorico a uno pratico: uno strumento per leggere un livello del conflitto che le categorie delle posizioni e degli interessi non raggiungono.
Lo scontro di isotopie al tavolo
Le isotopie che le parti portano al tavolo non sono infinite. Riconoscerne le configurazioni più frequenti aiuta a capire perché certi scambi si bloccano anche quando le condizioni modali sono state costruite. Quella che segue è una mappatura elaborata per leggere quello che accade sotto la superficie delle posizioni e delle pretese, da valutare con la stessa cautela epistemica con cui nel post precedente si è presentata la mappa degli stalli modali.
L’isotopia della responsabilità è forse la più frequente e la più difficile da gestire. Per una delle parti — tipicamente quella che ha subito il danno — “responsabilità” è una categoria morale: indica colpa e richiesta di riconoscimento. Per l’altra — spesso quella che è chiamata a rispondere — è una categoria tecnico-giuridica: indica un nesso causale verificabile, un perimetro entro cui la pretesa è fondata e oltre cui non lo è. Le due configurazioni non sono incompatibili in astratto, ma al tavolo producono conversazioni in cui le parti sembrano discutere della stessa cosa e non si incontrano mai: una chiede riconoscimento, l’altra offre quantificazione, e ciascuna percepisce l’altra come evasiva o irragionevole.
L’isotopia del danno funziona in modo simile. Il danno vissuto — il disagio quotidiano, il senso di violazione — e il danno risarcibile — quantificabile, riconducibile a voci di legge — sono due configurazioni di senso che raramente coincidono. Chi ha subito il danno tende a leggere ogni offerta economica come una stima del valore del proprio disagio; chi lo liquida tende a leggere ogni cifra come il costo documentato di un evento. La distanza tra le due letture è una distanza tra isotopie, piuttosto che una distanza tra numeri.
L’isotopia della relazione è presente ogni volta che le parti hanno una storia condivisa che precede il conflitto — un rapporto condominiale, un sodalizio societario, un legame familiare. Una delle parti legge il conflitto come una rottura relazionale che l’accordo dovrebbe riparare; l’altra lo legge come una questione tecnica da chiudere senza che la relazione venga necessariamente chiamata in causa. Anche qui le parole circolano — “fiducia”, “rispetto” — ma attivano reti di significato diverse, e una proposta formulata dentro l’isotopia relazionale è quasi illeggibile dentro l’isotopia tecnica.
Questi tipi non si escludono: la configurazione più frequente al tavolo è quella composita, in cui lo scontro di isotopie opera su più piani simultaneamente. Mappare le isotopie è utile proprio perché permette di separare i piani — di capire su quale si sta lavorando in un dato momento, invece di trattare lo stallo come un blocco monolitico.
Il lavoro del mediatore sulle isotopie
Il mediatore che sa mappare le isotopie in gioco ha davanti a sé un compito diverso da quello di costruire le condizioni modali. Fornire informazioni o sbloccare un poter fare vincolato da mandati insufficienti non basta: il problema è a monte, sul livello in cui le informazioni vengono lette e i mandati vengono interpretati — cioè sul livello semantico che precede e condiziona qualsiasi negoziazione.
La prima mossa è la più delicata: riconoscere l’isotopia di ciascuna parte senza adottarla. Il mediatore che riformula la posizione di una parte nei termini dell’isotopia di quella parte — che parla di “riconoscimento” a chi è nell’isotopia morale della responsabilità, di “nesso causale” a chi è nell’isotopia tecnico-giuridica — non sta costruendo terreno condiviso: sta confermando ciascuna parte nella propria configurazione e rendendo più difficile qualsiasi movimento. Il lavoro utile consiste nel restituire a ciascuna parte la propria isotopia in modo che la parte la riconosca, e poi nel portare nella conversazione aperta gli elementi che le due configurazioni condividono, anche parzialmente.
Il terreno semantico condiviso che il mediatore deve costruire è altro da un compromesso lessicale — parole neutre che entrambe le parti accettino superficialmente. Un accordo formulato in termini neutri che ciascuna parte rilegge dentro la propria isotopia è un accordo che le parti hanno firmato intendendo cose diverse, e la sua fragilità si manifesta al primo momento esecutivo. Quello che serve è un insieme di proposizioni su cui le due isotopie si sovrappongono abbastanza da rendere una proposta leggibile da entrambe, anche se le reti di significato che ciascuna parte attiva su quella proposta restano parzialmente diverse.1
La tecnica della sessione separata acquista qui una funzione ulteriore rispetto a quella già descritta nel post sul poter fare. Permette al mediatore di comprendere l’isotopia di ciascuna parte senza che l’altra sia presente a difendere la propria — e di farlo in uno spazio in cui il voler fare può emergere libero dalla pressione del confronto diretto. È il momento in cui il mediatore può fare le domande che rivelano la configurazione semantica — non “cosa vuole” ma “come legge quello che è accaduto”, “cosa significherebbe per lei un accordo che funzionasse” — e raccogliere il materiale con cui costruire, nelle sessioni congiunte, il terreno di sovrapposizione.
Il ruolo dei legali: traduttori o bastioni
L’avvocato che assiste una parte in mediazione si trova in una posizione semanticamente ambigua, e il modo in cui gestisce questa ambiguità determina in misura significativa se lo scontro di isotopie si allarga o si attenua.
In udienza il compito dell’avvocato è costruire la propria isotopia come dominante: qualificare i fatti e formulare le pretese in modo che la configurazione semantica della propria parte risulti più fondata e più persuasiva di quella della controparte. Questo è precisamente il suo lavoro in quel contesto, e farlo bene significa saper rendere l’isotopia dell’altra parte illeggibile o irrilevante rispetto al quadro che si sta costruendo. In mediazione, quello stesso lavoro produce l’effetto opposto: un avvocato che continua a lavorare per rendere dominante la propria isotopia blocca la possibilità che si formi un terreno semantico condiviso, che è la condizione perché qualsiasi proposta diventi leggibile da entrambe le parti.
Il cambio di registro che la mediazione richiede all’avvocato è un cambio di orientamento rispetto alle isotopie: dall’obiettivo di rendere dominante la propria configurazione semantica a quello di tradurla in termini leggibili dall’altra parte. L’avvocato che lavora bene in mediazione aiuta la propria parte a capire perché la proposta dell’altro è formulata come è formulata — quale configurazione di senso la rende ragionevole dentro l’isotopia di quella parte — e aiuta a riformulare le posizioni della propria parte in un registro che l’altro possa leggere senza doverle prima decodificare.
La traduzione semantica è una competenza propria del difensore. Un avvocato che riformula la pretesa del proprio cliente in termini leggibili dentro l’isotopia della controparte aumenta la probabilità che quella pretesa produca una risposta invece di un muro.
Il rischio è che l’avvocato cambi il registro in modo superficiale, usando il linguaggio della mediazione e adottando un tono collaborativo senza rinunciare ad affermare e rendere dominante la propria isotopia, scegliendo quali informazioni portare nella sessione congiunta e come formulare le domande al mediatore. Questo tipo di condotta è strutturalmente difficile da riconoscere perché appare conforme all’obbligo di cooperare in buona fede (che il riformato art. 8 D.lgs. 28/2010 pone a carico degli avvocati), mentre nella sostanza lo svuota. Il mediatore che avverte questa dinamica ha strumenti limitati per intervenire direttamente, ma può agire sulla sequenza degli scambi — portando nella sessione congiunta elementi che rendono visibile la divergenza semantica invece di lasciarla operare sotto la superficie.
Le isotopie al tavolo: il caso rivisitato
Il caso delle infiltrazioni condominiali, usato nel post precedente per mostrare come le acquisizioni modali si producono nella pratica, si rilegge qui attraverso le isotopie — perché è un caso in cui le condizioni modali, una volta costruite, non bastano ancora a rendere possibile un accordo.
Il condomino “del piano di sotto”, il danneggiato, legge il conflitto dentro un’isotopia in cui il danno è innanzitutto un’esperienza vissuta: il disagio quotidiano delle macchie sul soffitto, la sensazione che il proprio spazio domestico non sia più sicuro. Dentro questa configurazione, sarebbe un errore ridurre il risarcimento a una somma di denaro che copre il costo delle riparazioni. È invece il segnale che quella esperienza è stata riconosciuta come reale e ingiusta. Una proposta che quantifica con precisione il danno materiale senza nominare il disagio vissuto è, dentro questa isotopia, una risposta sbagliata alla domanda che è stata posta.
Il condomino “del piano di sopra”, il danneggiante, legge il conflitto dentro un’isotopia tecnica: il danno è un evento causale con una misura verificabile, la soluzione è una quantificazione che chiude la partita. Dentro questa configurazione, il riconoscimento emotivo che l’altra parte cerca è semplicemente irrilevante rispetto al tipo di problema che ritiene di dover risolvere. Una richiesta che include un gesto di riconoscimento senza definire la misura economica dell’obbligo appare inaccettabile in quanto allarga il perimetro della responsabilità.
Le due configurazioni producono un dialogo in cui le offerte della prima parte sembrano eccessive alla seconda, quelle della seconda sembrano fredde e offensive alla prima, e nessuna delle due riesce a capire perché l’altra non accetti quello che appare ragionevole. La competenza modale è stata costruita: entrambe sanno cosa vogliono e possono agire. Il blocco è semantico.
Il lavoro del mediatore, a questo punto, consiste nel portare le parti a leggere la proposta dell’altra come ragionevole dentro la propria isotopia, anche se formulata in termini diversi. Una proposta che include sia una quantificazione precisa del danno materiale sia un riconoscimento esplicito del disagio vissuto — formulata in modo che la prima parte la legga come riconoscimento e la seconda come liquidazione definitiva — è una proposta costruita sul terreno di sovrapposizione tra le due isotopie. Renderla possibile richiede che il mediatore abbia identificato quel terreno nelle sessioni separate, e che gli avvocati di entrambe le parti abbiano aiutato i propri clienti a leggere la proposta dentro la propria configurazione di senso invece di rigettarla perché formulata nell’isotopia dell’altra.
L’accordo come testo condiviso
L’accordo di conciliazione è un testo: una struttura di significati organizzata in modo da produrre senso per chi la legge. Come ogni testo, funziona solo se chi lo firma e chi lo ha redatto condividono abbastanza del codice da consentire una lettura convergente — se le parole dell’accordo attivano nelle due parti reti di significato sufficientemente sovrapposte. Un accordo redatto interamente dentro l’isotopia di una delle parti è un testo che l’altra firma senza comprenderlo davvero, perché le parole che lo compongono attivano in lei configurazioni diverse da quelle che chi ha scritto il testo intendeva.
Questo spiega perché certi accordi non vengono rispettati per incomprensione strutturale piuttosto che per deliberato inadempimento: ciascuna parte ha eseguito quello che aveva capito, e le due esecuzioni non coincidono. Il problema non era nell’accordo come atto giuridico ma nell’accordo come testo: la sua isotopia era quella di una sola delle parti, e l’altra l’ha firmato portandosi dietro la propria.
La tenuta di un accordo di mediazione dipende da due condizioni che lo schema narrativo canonico permette di far emergere. La prima è modale: le parti devono aver acquisito le condizioni per agire liberamente — voler fare autentico, saper fare sufficiente, poter fare e dover fare non in conflitto tra loro. La seconda è semantica: l’accordo deve essere leggibile dentro le isotopie di entrambe le parti in conflitto; il che non significa che debba essere neutro o generico, ma che il terreno semantico su cui è costruito deve essere sufficientemente condiviso da consentire esecuzioni convergenti.
Un accordo che soddisfa entrambe le condizioni è più solido di qualsiasi accordo imposto o precipitato: le parti lo eseguono perché capiscono quello che hanno firmato e riconoscono in quel testo qualcosa che corrisponde a ciò che cercavano — anche se le parole lo esprimono in modo parzialmente diverso da come ciascuna lo avrebbe formulato da sola.
Quando le parti firmano e il mediatore chiude il verbale, lo schema narrativo canonico prevede una fase ulteriore: la sanzione, in cui il racconto del conflitto viene valutato — in cui si stabilisce se la trasformazione compiuta è riconosciuta come valida, giusta e duratura. In mediazione questa fase non è procedurale ma reale: è il momento in cui ciascuna parte verifica, nel tempo che segue la firma, se quello che ha ottenuto corrisponde a quello che cercava. La qualità di quella sanzione — il modo in cui l’accordo viene vissuto nel tempo — dipende dalla qualità del terreno semantico su cui è stato costruito.
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La distinzione tra agire strumentale — orientato all’imposizione di un risultato sull’altro — e agire comunicativo — orientato all’intesa attraverso pretese di validità condivisibili — è al centro della teoria di J. Habermas, Theorie des kommunikativen Handelns, Suhrkamp, 1981 (ed. it. Teoria dell’agire comunicativo, Il Mulino, 1986). Habermas individua nel mondo della vita (Lebenswelt) il fondamento della prassi comunicativa volta all’intesa: l’insieme delle pratiche, delle aspettative e dei significati sedimentati all’interno dei contesti di vita di ciascuno. Le isotopie che le parti portano al tavolo non sono opinioni revocabili — sono strutture del loro mondo della vita, il che spiega perché resistano anche quando le condizioni modali per agire sono state costruite. La situazione linguistica ideale che Habermas presuppone non è mai data in mediazione: è una direzione, non una condizione di partenza. Il lavoro sulle configurazioni di senso non è quindi accessorio ma strutturale. ↩︎