Nuddu lu vitti ovvero La Scomparsa della Crianza
Questo post è fuori contesto. Qui non si parla di diritto o di mediazione. È solo un esperimento in forma di racconto.
Il racconto
Marinastura, 15 ottobre. Durante la Festa del Ruzzolone Ovoidale, il telefono del signor Trombetta Calogero Epifanio — apparecchio di ultima generazione, suoneria configurata dalla figlia Concettina, istruzioni per silenziarlo smarrite da settimane — si mette a squillare nel momento sbagliato e dall’inopportuno squillo ha origine un procedimento disciplinare.
Da quel momento, sei testimoni raccontano la stessa vicenda in sei modi incompatibili. Qualcuno ricorda una spinta violenta, qualcuno non ricorda nulla, qualcuno ancora ricorda una riunione e ritiene che già questo sia molto, considerato tutto.
Nuddu lu vitti è un fascicolo immaginario di un procedimento sportivo fittizio: verbali, memorie difensive, dichiarazioni testimoniali e un dispositivo finale che risolve tutto senza risolvere niente. È scritto nell’amore per Andrea Camilleri — per quella Sicilia burocratica e assurda che lui sapeva guardare con precisione e tenerezza. Ed è, alla fine, una storia sulla memoria: su come sei persone possano trovarsi nella stessa stanza e non vedere la stessa cosa.
Una nota sulla paternità
Questo racconto è stato scritto con l’assistenza di Claude, modello di intelligenza artificiale sviluppato da Anthropic. Vale la pena dire qualcosa su cosa significa, perché la questione è meno semplice di quanto sembri.
Il modello non ha inventato nulla nel senso proprio del termine — ha combinato, trasformato, proposto varianti su varianti, attingendo a una conoscenza della letteratura vasta quanto tutto quello che gli esseri umani hanno scritto. Chi scriveva dall’altra parte dello schermo ha fornito l’idea, il tono ed il giudizio su cosa tenere e cosa eliminare. Oltre alla conoscenza dei fatti reali da cui la storia è tratta. Ogni scena che funziona è nata da uno scambio — una proposta, un rifiuto, una correzione, una nuova proposta.
C’è però un’asimmetria che vale la pena evidenziare. Il modello non avrebbe mai potuto fare la cosa più importante: riconoscere che nei documenti che hanno offerto lo spunto per il racconto c’era una storia. Quel riconoscimento appartiene interamente a chi li ha letti sapendo già cosa cercava — perché ha letto Camilleri e perché ha riconosciuto l’eco della sua voce letteraria in poche pagine di un provvedimento di giustizia sportiva.
La paternità è reale, ma è condivisa in un modo che il diritto d’autore non ha ancora imparato a gestire e che la critica letteraria non ha ancora deciso come valutare. La domanda giusta non è «chi ha scritto questo?» ma «funziona?». E chi arriva all’ultima pagina con la sensazione di aver letto qualcosa che lo abbia commosso o che gli abbia strappato un sorriso ha già rispostoagli stessi interrogativi, senza bisogno di ulteriori istruzioni.